La dea impensata e il femminile pubblico PDF Stampa E-mail
rubriche - Latte nero latte bianco

dea_serpentiHo assistito di recente a un convegno presso l’Università di Milano-Bicocca, dal titolo “La dea impensata. Fine del patriarcato e immaginario femminile”, facente parte di un più ampio ciclo di convegni intitolato Il corpo dell’anima, promosso da Philo – Scuola superiore di pratiche filosofiche.
Attraverso una molteplicità di sguardi (filologico, filosofico, storico, “archeologico”, psicanalitico…), gran parte degli interventi è andato a toccare (e il corsivo intende sottolineare la fisicità e, appunto, corporeità del verbo) quella materia così feconda che ci è offerta dalle diverse mitologie arcaiche e antiche, nel tentativo direi riuscito di ricavarne “sostanza” utile alla costruzione di un’immagine del femminile che sia guida e ispirazione per l’oggi.

 

Al di là dei singoli contenuti, di cui sarebbe impossibile qui riportare puntuale traccia, ciò che innanzi tutto mi ha colpita è stato il notevole grado di coinvolgimento dimostrato da parte di ciascuna relatrice e dell’unico relatore presenti – cosa niente affatto scontata quando si tratta di convegni per di più accademici (o quasi). L’atmosfera era davvero vibrante, di pensiero e di “emozione”. L’attraversava una “tensione” che definirei etico-politica.
Il tema di un femminile ritrovato o ancora impensato, e da “scoprire”, desta insomma interesse e veicola autentica passione, seppure – cosa peraltro rilevata da una delle relatrici – rimane problematica e “interrogante” la quasi totale assenza di genere maschile nel pubblico.

Tra tutti i contributi, quello per certi versi più discordante è stato l’ultimo, di Lea Melandri, nota saggista e intellettuale femminista, dal titolo “La femminilità tra metafora, imposizione e scelta”. Dico “discordante” poiché, in qualche modo, “rompeva” con tutti i precedenti interventi, mettendone in discussione l’“assioma” di fondo. La Melandri infatti faceva sin da subito notare come posizionarsi nell’ambito della “immagine mitologica” del femminile significasse nel fondo permanere all’interno di quel «paradosso del femminile, già descritto lucidamente da Virginia Woolf come ‘insignificanza storica ed esaltazione immaginativa’» (cito da L. Melandri, “Amore e lavoro: i nessi che non si vogliono vedere”).

Partendo da questa prospettiva – che, pur offrendo uno sguardo “critico”, non ha tolto, almeno per me, nulla alla validità e alla forza di quanto espresso nei contributi precedenti – la Melandri invitava quindi a un ripensamento del femminile sulla base piuttosto del “terreno storico”, di tutto quell’altrettanto ricco materiale che è emerso nei secoli e continuamente emerge dalla relazione tra femminile e dimensione storico-sociale o, anche, “dimensione pubblica”.
Sguardo appunto spiazzante, nell’ambito di un convegno dal titolo “La dea impensata”.

Pur essendo rimasta molto coinvolta da ciascun contributo e nella convinzione dell’estrema importanza di un sempre rinnovato accesso alla materia mitologica e “mitobiografica” (dove la singola biografia dell’individuo trova spazio e respiro nel contesto più ampio della collettività), l’invito a soffermarsi sul “testo”, sulla lettera degli accadimenti storici, delle trasformazioni in cui siamo avvolte e avvolti ma la cui rotta possiamo anche tentare di “determinare”, attraverso un serio lavoro di consapevolezza, mi ha particolarmente sedotta, forse proprio per la “distanza” rispetto a uno sguardo a me più consueto.

È stato davvero importante comprendere, per esempio, come il progressivo accesso della donna alla sfera pubblica abbia per necessità portato “all’ordine del giorno”, e finalmente!, questioni che, pur essendo delle più universali (nascita, morte, malattia…), tendevano in quel classico sistema di “suddivisione dei compiti”, per il quale al maschile era assegnato automaticamente il “pubblico”, al femminile il “privato”, a eclissarsi o, forse meglio, a “potersi permettere” di essere pubblicamente eclissati (in gergo analitico, rimossi).

Senza quindi doversi arrogare, in quanto donne, un merito rispetto a ciò – non può né deve essere questo il punto della questione – c’è tuttavia da augurarsi, secondo un’ottica analitica, che la “femminilizzazione della sfera pubblica” porti finalmente in primo piano “zone d’ombra” della specie umana tenute fino ad oggi in apparenza “a bada”, salvo poi ripresentarsi in maniera puntuale, e tuttavia dall’ombra e nell’ombra deformate, nelle forme aggressive della violenza, secondo il più ampio e variegato senso di questo diffusissimo “termine”.

Susanna Fresko

giugno 2011

 
Design and SEO by Webmedie
SEO Bredbånd Udvikling Internet