Tar della Lombardia boccia linee guida su aborto dopo il terzo trimestre PDF Stampa E-mail
Approfondimenti - Salute sessuale e riproduttiva

Ecografia alla ventesima settimana, una malformazione incompatibile con la vita. Dopo due giornate di angoscia, il ricovero in ospedale, dove tutti gli operatori sono obiettori di coscienza. O quasi. E quando parte il travaglio, nessun medico intorno. Può capitare a una mamma in dolce attesa che l'ecografia morfologica, quella che rileva le malformazioni del feto e che si può fare solo tra la ventesima e la ventitreesima settimana, restituisca una notizia ferale: malformazione grave, tale da compromettere la vita stessa del futuro bambino.

 

Per la sciagurata si apre un percorso difficile, come è accaduto al 3% delle donne che hanno interrotto la gravidanza nel 2009, secondo i dati dell'ultima relazione ministeriale sull'applicazione della legge 194, che sottolinea come mentre il dato delle interruzioni entro il novantesimo giorno tende a ridursi nel tempo grazie alla sempre maggiore competenza delle donne a evitare gravidanze indesiderate, quello delle interruzioni oltre il termine tende a aumentare in seguito al maggior ricorso alla diagnosi prenatale, anche per l’aumento dell’età materna.

Di aborto terapeutico si è occupato il Tribunale amministrativo della Lombardia, che ha bocciato le “Linee di attuazione operativa della legge 194 nelle strutture sanitarie della Lombardia”, deliberate dalla giunta di Roberto Formigoni a gennaio 2008 e contenenti il divieto di effettuare l'aborto terapeutico oltre la ventiduesima settimana e tre giorni dall'inizio della gestazione. La notizia della bocciatura arriva con l'anno nuovo. Formigoni ribatte che il Tar “ha preso un abbaglio” e poi fa spallucce, dicendo che tanto le cose negli ospedali lombardi non cambieranno. Nel 2008 la giunta aveva tradotto in delibera i protocolli di due ospedali milanesi, la Mangiagalli e il San Paolo. Alcuni ginecologi, con il sostegno della CGIL e di tre avvocati, Ileana Alesso, Vittorio Angiolini e Marilisa D'Amico, avevano però fatto ricorso al Tar regionale, che aveva sospeso il provvedimento dopo pochi mesi dalla promulgazione spiegando che un atto regionale non può mai modificare una legge dello Stato. Anche il Consiglio di Stato si era espresso in questo senso. Infatti la legge 194 sull'interruzione di gravidanza prevede un termine iniziale, ma non finale, per l'aborto terapeutico.

 

C'è la legge, da un lato, limpida e lineare: dopo il novantesimo giorno la gravidanza si può interrompere in caso “di grave pericolo di vita” e di “grave pericolo di salute per la donna.” E dall'altro la realtà, complessa e spesso tragica. E' capitato a Gaia, di Lecce, che racconta la sua storia in una lettera pubblicata su Repubblica il 12 dicembre, e ripresa dal sito www.laicitaediritti.org, che con una petizione chiede l'apertura di un'inchiesta. Scrive Gaia: “ci viene comunicato che il bambino, desiderato, è affetto da danni al sistema cerebro-spinale “incompatibili con la vita”. […] Vengo ricoverata per essere sottoposta a stimolazioni volte a favorire il travaglio ed il parto. Inizia il mio incubo e quello della mia famiglia. Nella struttura tutti gli operatori di ginecologia si dichiarano “obiettori di coscienza”, tranne due medici e un’ostetrica. […] Quando il travaglio è partito i medici non obiettori non c’erano. Quando la frequenza e intensità delle contrazioni è aumentata ho chiesto a mia madre di chiamare qualcuno. Si sono rifiutati finché mia madre non ha alzato la voce, minacciando denunce penali per mancata assistenza. […] Mi sento dire che mi stanno facendo un favore a ripulirmi, perché avrebbero dovuto attendere il medico non obiettore. Grido che sono anch’io un essere umano.” Agghiacciante anche il racconto di Monica Miceli, di Roma, pubblicato ad aprile sul settimanale Gli altri con il titolo “Le mie 100 ore di strazio tra leggi e obiettori” (www.glialtrionline.it).

Il tema è davvero complesso, con la tecnologia che sposta i confini e la medicina che dilata (sembra) le possibilità. C'è il rischio di risultati cosiddetti “falsi positivi”, come quando la diagnosi prenatale rileva problemi che poi non ci sono. Accadde con gran clamore nel 2007, quando all'Ospedale Meyer di Careggi, a Firenze, era stato effettuato un aborto terapeutico per una sospetta malformazione.

Certo è che la divisione in opposti schieramenti e in particolare la strumentalizzazione a fini elettorali non aiutano a dipanare i fili, ed eventualmente sciogliere nodi. Così accade ancora che chi si trova in stato necessità sia costretta ad andare ad abortire all'estero.

Eleonora Cirant

 
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