Triangoli PDF Stampa E-mail
rubriche - Natura è cultura

C'era una volta un triangolo a punta in giù. Come segno scolpito nella pietra, la forma ha attraversato i millenni che ci separano dalle nostre origini. Come immagine, risale dalle profondità della psiche con la forza degli archetipi. Simbolo della madre terra nelle civiltà matrifocali del paleolitico e poi lungo la trama del tempo fino ad oggi, il triangolo a punta in giù è una rappresentazione sintetica del pube femminile e insieme della forza generatrice del femminile: un simbolo.

Negli anni Settanta le femministe lo facevano con le mani, mettendo la punta all'insù. Durante le manifestazioni lo tenevano ben in alto per farlo vedere, a sottolineare con un gesto parole rivoluzionarie. E che impressione vederlo ripetuto e scandito da quelle migliaia di mani alzate, anche se si tratta solo di vecchie foto in bianco e nero.

Nel 2011 si discute dei triangoli pubici fotografati per il calendario promozionale del "Consorzio vera pelle conciata a mano" da Oliviero Toscani, uno che gioca a fare le iperboli con le immagini. Sull'altare del consumo la vacca sacrificale è sempre la solita. E' questo che volevi dirci, Oliviero, abbinando il pube femminile nudo alla "Vera Pelle Conciata A Mano Al Naturale"? Perché il significato è dato dal contesto, e tu lo sai. Vacca sì, ma "nature". Quei dodici triangoli pubici esibiscono infatti un pelo folto, scapigliato, al naturale. Come mamma li ha fatti, senza intervento di rasoi, cerette, estirpatori elettrici, tinture e altre diavolerie.

Si perché di fronte al pube "bio", più di un maschietto storce il naso esclamando: "che schifo, tutti quei peli?!" Sono in tanti gli uomini che, protetti dall'anonimato della rete, dichiarano nei forum di preferirlo depilato, il pube femminile. E sono tante anche le donne. Come non pensare a Barbie? In commercio dal 1959, è una delle bambole più vendute al mondo, secondo wikipedia. Per giocare a fare la mamma le bambine hanno (avevamo) il cicciobello, ma per giocare a fare la donna hanno (avevamo) lei. La Barbie. Interprete di decine di ruoli, con la Barbie-mamma accanto alla Barbie-presidente-degli-stati-uniti. La Barbie-poliziotta, accanto alla Barbie-ballerina. Affusolata, piatta sul sedere ma con i seni a punta di un big robot d'acciaio femmina. Con hli occhioni splendenti, la capigliatura folta, e il pube liscio e levigato, il corpo della Barbie è quello di una creatura ibrida, metà donna e metà bambina. Pare si sia ritagliata uno spazio di tutto rispetto nell'immaginario collettivo di maschi e femmine.

E così ci viene il sospetto che quel furbacchione di Toscani e il suo team ci abbiano azzeccato. La paccottiglia che ci hanno propinato è la solita di cui ci ingozzano ogni ogni giorno i pubblicitari maschi e femmine del Bel Paese. La carne al macello è sempre quella. Ma il gioco iperbolico innesca più di un corto-circuito mentale.

Ha fatto bene l'Istituto per l'autodisciplina della pubblicità ad imporre il ritiro della campagna a pochi giorni dal suo esordio perché, scrive, "il corpo femminile viene equiparato alla “pelle conciata”, ovvero sia ad un prodotto che ad un animale, ovvero un animale ucciso, sezionato e trasformato in prodotto di lavorazione, rilevando pertanto il contrasto con l’art. 10 del Codice, secondo cui “la comunicazione commerciale deve rispettare la dignità della persona umana in tutte le sue forme ed espressioni”. Ma la campagna ha comunque fatto il botto, ottenendo il risultato cercato: far parlare di sé. Sinceramente: chi di voi prima sapeva dell'esistenza di un tal Consorzio Vera Pelle Italiana Conciata al Vegetale?

E' solo un piccolo botto, nel fragore della battaglia che si gioca tutt'intorno, mentre vanno in scena da un lato lo stupro della classe lavoratrice "consenziente o meno, dimmi di si", dice il padrone Marchionne mentre punta il coltello alla gola di chi lavora nella sua azienda) e dall’altro il bunga bunga.

A noi rimane una nostalgia di qualcosa che non abbiamo mai potuto conoscere: un semplice triangolo a punta in giù. Una rabbia per qualcosa che non abbiamo saputo difendere: la sua dignità, accanto alla sua sacralità. Ma anche la spinta a riappropriarcene, perché un simbolo non è che ciò di cui lo si significa.

di Eleonora Cirant

Gennaio 2011

 
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