Rose e fiori o… croce e delizia? PDF Stampa E-mail
rubriche - Latte nero latte bianco

Tutto ciò che riguarda l’essere madre, la maternità, è spesso ammantato di pregiudizi e di luoghi comuni. Accade quindi che, messa di fronte all’esperienza dell’avere ma anche del non avere figli (che sia frutto di una scelta oppure no), una donna si trovi a dover fare i conti “persino” con quelli.
E primo fra tutti quel pregiudizio che, per esempio, costituisce quasi impercettibilmente la premessa stessa a queste poche righe iniziali: una donna, volente o nolente, è tenuta a fare i conti con la maternità – come se la maternità fosse “appendice” necessaria e inevitabile dell’essere donna. È cosa evidente: lo stesso non accade con l’uomo, relativamente al suo ruolo di padre.

Di solito, il pregiudizio e il luogo comune – appunto perché comune – vengono percepiti come svalorizzanti di una certa autonomia di pensiero. La reazione che quindi produce il sentirsene avvinti è normalmente di rifiuto. Un esempio: “Ma va’, figurati se io pensavo che la maternità fosse tutto rose e fiori…!”. Quella infatti era una favola, come crederle? Solo un’ingenua potrebbe…
Eppure, quanto incidono questi pregiudizi, e a volte con quale intensità e “spietatezza” (in quanto a giudizio su di sé e sugli altri), sul nostro modo di essere e di vivere?

Torniamo all’esempio precedente, sulla favola della maternità come di un’esperienza “tutto rose e fiori”… Bastano pochi giorni dalla nascita di un figlio o di una figlia per rendersi conto di quanto questa favola disti dalla realtà: crescere un figlio, una figlia, comporta, sin dal primo momento (sin dal parto), una grande fatica ed enormi sacrifici.

Quasi sorprende, quindi, che tali pregiudizi e luoghi comuni, le rosee idee che ci vengono trasmesse – e in modo evidente dai media – sulla “natura candida e innocente dei bambini”, sull’“età d’oro dell’infanzia”, sulla “bellezza della maternità” (le donne già dai primi giorni di gravidanza sono, o sarebbero?!, riconoscibili per una certa luminosità che pare emani dal loro volto… questo afferma la saggezza popolare), possano essere sopravvissuti e sopravvivere ancora, dopo così tante e ripetute prove della loro “assoluta” inconsistenza e irrealtà.

Forse sarà un pregiudizio anche questo, ma credo che ogni madre sia colta impreparata, nel fondo, dalla durezza che comporta l’avere figli, dai “volti neri” che la maternità suscita – la rabbia, la frustrazione, la depressione… E penso che questo essere “impreparate” si debba in parte all’aver coltivato in se stesse, al volerli quasi coltivare, proprio quei pregiudizi, quei luoghi comuni di cui prima. Lungi dall’esserne immuni, allora, essi agiscono profondamente in noi: sarà dunque importante, più che sminuirli e rifiutarli, cercare di comprendere da dove essi provengano e dove ci portino. Farci appunto i conti, prendendoli sul serio.
Anche i pregiudizi e i luoghi comuni, insospettabilmente, sono preziosi indicatori di senso.

Susanna Fresko

Marzo 2011

 
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