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rubriche - Daddy’s forever

elmettoAlcune immagini si fissano più di altre nella nostra memoria, chissà perché. Tra quelle che attengono alla paternità ne richiamo più facilmente, personalmente parlando, due: quella in cui un uomo e un bambino, camminando, si tengono per mano - spesso in questa fotografia i due soggetti sono presi di spalle, in un'ora della giornata che va verso la sera, arrossata dal sole che tramonta, oppure ombreggiata se in bianco e nero.

 

Richiama, peraltro, essa stessa, una bella canzone di Francesco De Gregori, "La casa di Hilde", storia di contrabbandieri e di rispetto, storia (vera) d'altri tempi. La richiama quando il bambino, che canta, ricorda: "L’ombra di mio padre due volte la mia / Lui camminava ed io correvo". Il padre, in questo caso, non tiene per mano il bimbo. Mantiene il suo passo, costringendo il bimbo ad adeguarsi al padre, attraverso (immaginiamo) piccole accelerazioni su di un sentiero di montagna, verso un confine, una casa, una prova, un passaggio pericoloso – forse un rito di passaggio: l'incontro con Hilde, donna misteriosa che nasconde diamanti nella sua cetra, e la visita del doganiere, uomo di legge che verrà però ingannato dai tre. Interessante, questa canzone, anche perché ci rimanda ad un ulteriore questione, quella del padre che dovrebbe insegnare le regole al figlio, mentre in questo caso c’è un padre che insegna ad ingannare la regola per antonomasia, la legge, il doganiere. Ma comunque.

L'altra immagine tipica è invece quella del padre che, preso tra le mani, e non tra le braccia come farebbe una madre, il neonato, lo leva verso il cielo, verso il sole, guardandolo orgoglioso dal basso verso l'alto. Questo, peraltro, è l'atto che per il diritto romano testimoniava la decisione del pater di assumere la paternità - appunto - del neonato, invece di rifiutarlo come era suo diritto. Questo gesto ben rappresenta l'opposto movimento dei due genitori: tanto la madre accoglie e raccoglie dentro di sé, tra le proprie braccia, il neonato, a proteggerlo e quasi a ricostituire l'unità del grembo, tanto il padre invece rivolge il figlio al mondo, glielo porge dicendogli “Questo è il mondo che ti aspetta, e ti ci porterò io nel mondo, perché tu possa diventare come me”. Questo ovviamente non accade, per fortuna. Ma non divaghiamo.

Esiste però un altro gesto, un gesto che Luigi Zoja ci racconta bene in un suo bel libro intitolato, appunto, il gesto di Ettore. L’eroe troiano dell’Iliade, prima di tornare in battaglia, saluta la moglie e si china per prendere il braccio il figlio ma questi, spaventato dall’elmo del guerriero, sfugge alle sue mani. Ettore, uomo generoso ed intelligente, mostra quindi il viso al figlio che, riconoscendolo, si lascia prendere. Questo gesto, lo spogliarsi dell’elmo del guerriero, quindi della maschera di guerra che ne nasconde i tratti di padre, è l’emblema più forte della modernità di Ettore in quanto “padre”, ed è la nota dominante del padre di oggi.

Quel padre che ha, tra tutte le carte a sua disposizione nel giocare il proprio ruolo genitoriale, una carta in più rispetto al suo, di padre, quello autoritario ed assente di un paio di generazioni fa: l’affettività, la capacità ed il desiderio di esprimere e mostrare le proprie emozioni. Il padre di oggi – risultato di un movimento della società che ha comportato la cancellazione del modello familiare tradizionale – è in mezzo al guado, o forse un po’ oltre la metà. Quel modello è infatti ormai passato, e difficilmente potrà tornare. Ciò che, in maniera forse disorganizzata, il papà di oggi porta con sé di quel modello è la spinta aggressiva, la proiezione verso il mondo, la voglia di costruire e ricercare strade e sentieri da percorrere insieme al figlio.

Ciò che sta cercando, invece, ancora faticosamente, di integrare è proprio il gesto di Ettore: la capacità di levarsi la maschera e di mostrare tutto se stesso ai propri figli – ma prima di tutto a sé. Ché se non ci si riconosce guardandosi completamente nudi, spogliati di maschere ed orpelli vari, allo specchio, è impossibile diventare eroi – o meglio, diremmo oggi, essere uomini veri.

Stefano Errico

Marzo 2011

 
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