Epidurale por favor PDF Stampa E-mail
rubriche - Natura è cultura

maternità mantegnaBello quando qualcuno mi aiuta a vederci più chiaro su qualcosa. Mi piace farmi trasportare dal sottile lavoro dell'intelligenza che smonta i tasselli di un pregiudizio, e ancora di più quando quel pregiudizio vive in me. Amo l'ironia che sferza il potere, e tanto meglio se è un potere che prende vita nelle forme meno appariscenti. E reputo che sia una conquista di tutte le donne e di tutti gli uomini quando qualcuno scompone coi mezzi dell'analisi fatti concreti in cui la parola “natura” è usata ideologicamente per giustificare prassi, idee, comportamenti consolidati.

Ecco perché ho letto con tanto gusto il libro di Paola Banovaz, “Epidurale por favor” (ed. Il Rovescio 2010, 8 euro). Il libro racconta del diritto negato all'analgesia che può alleviare i dolori del parto: l'epidurale. L'autrice spiega come e perché nella nostra Repubblica delle Banane l'epidurale “non si chiede, si implora. E non è detto che vi accontenteranno”.

 

L'autrice parla di mamme e di aspiranti tali, e accanto a loro di tutti gli operatori e operatrici della nascita. Ma si rivolge a chiunque si interessi di diritti e doveri, di cittadinanza in astratto e in concreto, di medicina e di bioetica. Spesso infatti capiamo più cose di un insieme a guardarne un dettaglio, che a descriverne l'intero. E dal dettaglio si mostra in atto il funzionamento di un sistema culturale: “zitta e sgrava”, è la sintesi amara dell'autrice.

In Italia la possibilità di scegliere come partorire è molto bassa, come mostra il dato citato dall'autrice: l'84% degli ospedali pubblici e delle cliniche convenzionate del nostro Paese non garantiscono l'epidurale alle partorienti. A differenza di moltissimi Stati europei e non.

Perché?

Il libro confuta l'ipotesi che l'epidurale in sé sarebbe dannosa per la partoriente, e cerca di rispondere al perché sia così difficile ottenerla. Lo attraverso diverse fonti, in particolare con le tante le voci raccolte da Paola Banovaz nel corso della sua battaglia per l'affermazione del diritto all'epidurale, per la quale ha fondato un'associazione.

Come in altri casi, le radici di un diritto negato vanno cercate in leggi mancate, da un lato, e in una cultura diffusa, dall'altro.

Ed ecco far capolino il concetto di “natura” con la sua lunga coda di pregiudizi e luoghi comuni. Perché a noi occidentali non resta che una cosa su cui esercitare ritualità, desideri, e aspettative di senso: il nostro corpo e la sua presunta “natura”. Dimenticandoci che la natura dell'essere umano è esattamente la sua cultura.

Eppure ci stavo cascando anch'io. Ero infatti tra quelle che storcevano il naso a sentir parlare di epidurale. Ero nella schiera che il parto naturale è più bello e ti fa sentire di più la forza della nascita (proprio io, che non ho mai partorito). Non avevo notato, ad esempio, che mentre si critica tanto la richiesta di analgesia da parte delle donne in travaglio, nessuno si premura di organizzarsi contro la medicalizzazione della sessualità maschile con la diffusione del Viagra. Nessuno, fa notare Paola, che dica agli uomini di lavorare sul proprio corpo.

E' caustica l'autrice quando segnala che “per partorire bene e serenamente illustri cattedrati e/o esperti ci chiedono di accettare umilmente la nostra condizione di mammifere, di spegnere la neurocorteccia e di far lavorare solo la parte primordiale del nostro cervello. Semplice, no? Che sarà mai cancellare migliaia di anni di evoluzione darwiniana, per noi donne? Mettere a tacere la parte più razionale del nostro cervello non è poi così complicato per creature irrazionali e passionali, volte al sacrificio e alla cura dell'altro.”

Ora sono convinta, con Paola, che imporre il dolore in nome di un ipotetico “processo naturale” non aiuta ad affrontarlo con consapevolezza, ma può anzi lasciare traumi indelebili. E mi sembra realisitico, accettabile, il buonsenso espresso da Luna, analgesista: “un parto in epidurale è bello tanto quanto uno naturale: basta desiderare o l'uno o l'altro, avere la fortuna di poter scegliere, e che tutto vada bene. Il resto non conta.”

 

Eleonora Cirant

4 marzo 2011

 
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