Nati in casa PDF Stampa E-mail
rubriche - Bolle di sapone

NATI-IN-CASA-300x168NATI IN CASA, di Giuliana Musso e Massimo Somaglino. Regia di Massimo Somaglino con Giuliana Musso. Produzione La Corte Ospitale. Recensione di Francesca Contini.

Ho assistito alla replica di Nati in casa al Teatro Rondinella di Sesto San Giovanni, lo scorso 15 marzo 2011. Premetto che non sono madre e, in generale, non amo il teatro di narrazione; mi sono quindi accostata allo spettacolo con una certa dose di distacco. Giuliana Musso, invece, mi ha conquistata e mi ha fatto cambiare idea in tempo brevissimo. Con un'energia e una pulizia che possono fare invidia a molti attori che si cimentano con il teatro di narrazione, ha occupato il palco per circa 90 minuti e mi ha tenuta incollata alla poltrona senza permettermi di distrarmi dal tema della nascita che può annoverarsi, a mio parere, tra uno di quelli più spinosi da trattare.

 

Spinoso perché ciascuna donna vive il momento del dare alla luce suo figlio in modo così personale da non poter pensare tanto facilmente di poter restituire o ricevere una profonda riflessione sull'evento pubblicamente. Spinoso perché per un'attrice misurarsi con la rappresentazione del parto in scena non è cosa facile. Spinoso perché sul tema della nascita si può rischiare di scivolare in un'atmosfera di stucchevole tenerezza che allontana dalla componente profonda ma anche “bestiale” di questo momento solo idealmente pulito ed idilliaco; le donne che hanno partorito lo sanno meglio di me.

Nel primo quarto d'ora, grazie ad una buona dose di ironia, supportata dalla professionalità di questa interprete che si è misurata profondamente con un linguaggio comico di spessore, la rappresentazione che vediamo sulla scena è quella di un “classico” parto moderno. Un parto in cui la donna viene inserita in un percorso di ospedalizzazione quasi forzata. La presentazione dello spettacolo riporta una semplice frase non banale per le implicazioni che apre: “…la nascita è una normale funzione del nostro corpo, non una malattia…”, eppure, almeno qui in Italia, viene trattata a questa stregua.

Come la stessa Musso afferma “sotto lo specchio rassicurante della nascita ospedalizzata si nascondono dati inquietanti sull’uso a tappeto di procedure mediche e modalità di assistenza che non trovano alcuna giustificazione in ambito scientifico e medico ma piuttosto in quello economico, organizzativo, o peggio, culturale”.

La riflessione diventa ancora più seria se si pensa che l'Organizzazione Mondiale della Sanità fissa la soglia dei parti cesarei per una nazione “moderna” attorno al 15% mentre nella realtà del nostro paese la percentuale si assesta attorno al 38%! Forse non è capzioso pensare che dietro alla scelta del cesareo, utile e necessario di fronte a gravidanze che presentino complicazioni reali per la madre o il nascituro, si “nasconda” un vero e proprio businnes: per un intervento chirurgico, e il cesareo lo è, si guadagna molto di più anche se si lavora in una struttura pubblica.

Molte assicurazioni mediche, solo per fare un esempio, rimborsano fino a 2000 euro in più in caso di parto chirurgico. La cosa suona ancor più strana se si pensa che negli altri paesi europei le percentuali sono molto più basse. Bisogna aggiungere che i possibili pericoli e disagi legati al parto cesareo sono molti sia a livello psicologico che di salute. Ma qui taglio, ed è proprio il caso di usare questo verbo, con le considerazioni socio-politiche per tornare al teatro. Lo spettacolo, dicevo, fa riflettere su queste questioni facendoci ridere di gusto per il primo quarto d'ora.

La bravura della Musso e l'efficacia della scrittura drammaturgica, però, sta nell'accompagnarci in un percorso che riesce davvero ad emozionarci. I momenti tragici e poetici raggiungono, e forse superano in intensità, quelli comici. Le vere protagoniste dello spettacolo sono le levatrici condotte, con il loro carattere, le loro paure, gli imprevisti da risolvere all'ultimo momento, senza l'aiuto di nessuno; donne del passato incarnate su palco da Giuliana Musso e che si antepongono, con la loro imponente statura e con un'indicibile assunzione di responsabilità, agli asettici ospedali moderni.

Infatti, lo spettacolo è nato nel 2001 “commissionato dalla pro-loco di S. Leonardo Valcellina, un piccolo paese del pordenonese, intenzionata a celebrare la figura di Maria, che fu ostetrica nel loro paese e che fece nascere in casa tante generazioni di bambini”.

Uscendo da Nati in casa, spettacolo che ha la capacità di riuscire ad essere al contempo delicato e forte, non si pensa certo che “si stava meglio quando si stava peggio” non si arriva ad affermare che l'esperienza del parto in casa, magnifica qualora tutto vada per il meglio ma terribile all'insorgere di complicazioni che portano fino alla morte la madre o il bambino, sia da preferirsi in toto alla realtà dei nostri giorni.

La riflessione è decisamente un'altra e riguarda la relazione. Ci fa desiderare, come cose necessarie, la componente umana, la sapienza profonda, la forza e la delicatezza che dovrebbero appartenere a tutte e tutti coloro che hanno a che fare professionalmente con un momento così importante come quello dell'assistenza alla nascita. Qualità che sembrano sbiadire di fronte all'importanza del guadagno, alla fretta, alla mancanza di capacità ad assumersi la proprie responsabilità, alla standardizzazione della nostra “moderna ed evoluta” società.

Per chi fosse interessata ad approfondire rimando al sito di Giuliana Musso www.giulianamusso.it

 

Francesca Contini, marzo 2011

 
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