Il valore aggiunto dell’essere madri PDF Stampa E-mail
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mamma_lavoro_3 pat carraDa un punto di vista professionale, la maternità è di norma vissuta come una specie di “handicap”; questo, non solo da parte dei “datori di lavoro” (che siano essi di genere maschile o femminile) ma anche – e in maniera per alcuni versi ancor più decisiva – da parte delle stesse donne-mamme che… “vi hanno a che fare”.

Non a caso utilizzo un’espressione, “avere a che fare con la maternità”, che sembra togliere ogni poesia a questo momento, così importante nella vita di chiunque vi si ritrovi immerso. Ben sappiamo infatti che vi sono aspetti molto poco poetici persino in questo: uno fra gli altri – forse il più cocente – quello che riguarda il rapporto tra maternità e vita professionale.

La questione potrebbe essere declinata in molteplici modi diversi, essendo molteplici le casistiche e le tipologie di “incontro” o – più diffusamente – di “disincontro” generate da queste due dimensioni.

Non sarà nemmeno qui il caso di diffondersi più che tanto nei perché e nei “per come” la maternità sia vissuta come “handicap” da parte dei datori di lavoro, piuttosto che parlare delle innumerevoli forme di ingiustizia che storicamente accompagnano ogni maternità in ambito professionale.
Sappiamo, per esempio, che nei colloqui di lavoro non è lecito chiedere a una donna in età da marito se ha intenzione di avere dei figli (essendo questo un “dato sensibile” cioè personale); sappiamo anche che quella stessa donna in età da marito, cui magari nel rispetto della suddetta norma non verrà appunto chiesto alcunché, avrà comunque in partenza meno possibilità di ottenere il posto di lavoro indipendentemente dalle sue competenze.

Del resto, l’assenza per maternità si paga, da subito; anzi, ancor prima: persino la “maternità in potenza” è considerata un “handicap”!
Vabe’, l’abbiamo capito: è l’essere donna che è un “handicap” di per sé, questo nei tempi antichi, non così antichi, era persino un’ovvietà…
Partendo allora da questo “semplice” dato di fatto, da questo “destino” che pare si debba sempre – in un modo o nell’altro – scontare (e non a caso fioccano i “corsi di autostima” rivolti alle donne), ciò che mi pare interessante andare a guardare e sottoporre all’attenzione di chi legge, donne ma anche uomini (il meccanismo è valido per tutti), è invece quella parte di noi stesse e di noi stessi che “gioca allo stesso gioco”, andando dunque a incentivare quella stessa immagine contro cui si tenta – molto spesso “invano” – di “lottare”.

Perché se è vero che il tempo e il luogo della maternità presentano aspetti di “incompatibilità” con la vita professionale – almeno nei primi mesi di vita del bambino – e se pure è vero che, anche nel prosieguo, contribuiranno a determinare scelte (negli orari per esempio) e priorità non sempre in linea, almeno in apparenza, con le esigenze lavorative, ciò che di  norma non si considera in nessun modo è il “valore aggiunto” che, anche da un punto di vista professionale, produce l’essere passati attraverso la dura esperienza della maternità.

Chiunque ci passi sa infatti quanti sforzi e quanti sacrifici essa richiede, spesso molti di più di quelli sollecitati da un qualsiasi ambito lavorativo.
Nell’essere e divenire madri c’è un valore formativo immenso, che nessun corso di formazione manageriale potrà fornire.
Si impara sulla propria pelle ad avere a che fare con il “potere”, a doverlo esercitare e soprattutto calibrare: credeteci, molto più semplice “condurre” un gruppo di adulti, che non un singolo bambino reticente e nell’età dei capricci; si impara a prendersi responsabilità, anche molto importanti (a misura, a volte, di vita e di morte); si impara a stabilire priorità – nelle emergenze, una delle abilità più decisive; si impara ad avere a che fare con l’“organizzazione”, in senso stretto e in senso lato, e così via. Insomma: si acquisiscono abilità che, opportunamente riconosciute, possono benissimo essere rivendute in qualsiasi ambito ci si misuri.


L’unico ingrediente necessario sarà forse quello della “passione” in ciò che si fa – elemento di certo presente nella cura dei figli e purtroppo il più delle volte assente in ambito lavorativo; ancor più quando, di ritorno da una maternità, ci si ritrova per esempio declassate o ignorate o, in parole povere, “mobbizzate”.
Il contesto esterno insomma è avverso, inutile negarlo, tuttavia dovrà essere nostra cura coltivare questa profonda convinzione interiore: essere madri costituisce un enorme valore aggiunto.
Se forse si perderà qualcosa in quantità (in ore lavorative, per esempio), ciò cui certo si potrà puntare sarà la qualità del nostro lavoro. La cosa in definitiva più importante.

Susanna Fresko, aprile 2011

 
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