Mamma-tigre, Papà-pinguino? PDF Stampa E-mail
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rubriche - Daddy’s forever
timeIn questi ultimi mesi molto parole sono state spese - e un fiume di inchiostro anche virtuale è stato utilizzato per discutere intorno al tema della mamma tigre versus mamma pecora (o chioccia, a seconda della testata giornalistica o della preferenza zoologica). Il riferimento è ovviamente al libro di Amy Chua "Il ruggito della mamma tigre". Amy, professoressa di legge a Yale, propugna un metodo educativo mutuato da quello dei suoi genitori fatto - sostanzialmente - di regole strenuamente tenute ferme anche di fronte a proteste, capricci, liti, battaglie, tentate rivoluzioni anche violente da parte dei figli. La regola porta con sé, se infranta, punizioni. E poi: lo studio, ore e ore passate sui libri, sulla tastiera del pianoforte o sulle corde del violino per ottenere il massimo risultato possibile, l'eccellenza in ogni materia, essere davanti e sopra tutti gli altri competitors (leggi compagni di scuola).

 

Questo metodo tradizionale cinese - così viene definito negli articoli che ne hanno parlato - viene contrapposto da Amy al "metodo occidentale" (che sarebbe meglio definire statunitense, visto che là vive la nostra eroina d'acciaio, e con esso al limite si confronta), visto come molle e permissivo, troppo orientato a calare le braghe di fronte al primo pianterello del bimbo di turno, troppo accogliente e entusiastico di fronte a qualsivoglia gesto del nanerottolo (un "good job boy!" non si nega a nessuno), troppo (per farla breve) child-oriented.

Meno notizia ha fatto e fa per ora almeno in Italia la scrittrice, sempre cinese, che dagli adddetti ai lavori viene considerata il "J. K. Rowling cinese", Yang Hongying. Spiccioli della sua filosofia: “La pressione dello studio è tale che all’immaginazione dei ragazzi non è lasciato spazio. Da piccola, sarà perché eravamo tanti fratelli e i miei non potevano star dietro a tutti, guardavo le nuvole per ore. Oggi niente. Troppe attenzioni da parte di genitori e nonni, troppi compiti. I piccoli non sono felici. Con i miei libri vorrei che recuperassero un’infanzia serena, un certo senso di sicurezza, un po’ di consolazione e di calore”. E ancora: "Ho l’obiettivo di fare dei bambini delle brave persone, insegnando loro che chi compie buone azioni produce il bene. In fondo, è una massima buddhista. I miei libri sono in apparenza leggeri ma profondamente impastati di principi confuciani e buddhisti”.

Simpaticamente, si discetta armoniosamente di principi educativi, di norme morali, di regole da imporre o far interiorizzare, di insegnare a fare il bene...

Mamme comunque in prima fila. 

Ma non era il padre che, una volta, passava i valori? Non era il padre il "bread winner" che, con il suo stare sempre fuori per lavoro "passava" silenziosamente ai figli le regole di vita - l'importanza del lavoro, la serietà nell'impegno, il senso della responsabilità familiare... - unico lato positivo del suo non esserci?

Da un lato, mamme che impongono un'educazione "marziale" - per molti di noi marziana - per preparare i figli al mondo competitivo globalizzato dove la "morte" dell'avversario è la fonte  della nostra serenità e felicità. Dall'altro, altre mamme che rifiutano le troppe attenzioni dei genitori (e dei nonni), considerate fonte di rammollimento e di costrizione della libertà e della fantasia, e rimpiangono quei genitori che, proprio perchè assenti, consentivano di perdersi dietro voli pindarici della fantasia. 

C'è qualcosa che non torna. Non torna il fatto che si voglia il padre ancora una volta fuori da queste discussioni (chissà com'è il marito della mamma tigre?). Non torna il fatto che non si riconosca la positività di una nuova presenza educativa al maschile, e di questa si discuta. Non torna il fatto che non si tematizzi alla voce "diritti e doveri" i nuovi comportamenti maschili scaturiti da una paternità finalmente interiorizzata. Non torna il fatto che il padre debba combattere per conquistare uno spiraglio di parola sul tema dell'educazione dei figli in nome di una parità che - sbilanciata da una parte o dall'altra - è ancora tutta di là da venire.

Stefano Errico, Maggio 2011

Blog del progetto Crescere Padri

 
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